Voglio che tu vada in una trance così profonda che ti sembri di essere una mente senza corpo, che ti sembri che la tua mente galleggi nello spazio e che galleggi nel tempo. E voglio che tu scelga un momento nel passato in cui eri una bambina piccola piccola. E la mia voce ti accompagnerà.
(Milton H. Erickson)

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UN FENOMENO INVISIBILE DI ISOLAMENTO: LA SINDROME HIKIKOMORI

Pubblicato in data 06/11/2021

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hikikomori

Spesso sentiamo parlare di un particolare fenomeno ancora non molto conosciuto, è un fenomeno definito di isolamento sociale e più propriamente indicato con un termine giapponese: “hikikomori”, che significa appunto “stare in disparte”.
Questo fenomeno definito in clinica come “sindrome di hikikomori” è un fenomeno “invisibile”, come lo sono le persone, perlopiù adolescenti, che ne vengono colpiti, è caratterizzato dalla solitudine e reclusione volontarie. L’isolamento costituisce una sorta di difesa in quanto la persona percepisce il mondo esterno come ostile.
Viene definito invisibile perché le persone che ne vengono colpite si rinchiudono tra le quattro mura della propria camera da letto rifiutandosi di uscire, di vedere gente e di avere rapporti sociali.
Nella loro stanza leggono, disegnano, dormono, giocano con i videogiochi oppure navigano su Internet.
Il fenomeno è poco conosciuto, ma non è stato scoperto di recente. Il primo ad individuare questa “sindrome sociale” è stato lo psichiatra giapponese Tamaki Saito nel 1998, quando difronte al primo caso lo definì inizialmente come “Sindrome di Apatia”.
Egli individuò questo “fenomeno” basato sull’autoreclusione, che colpiva i giovani adulti per un periodo pari o superiore a 6 mesi, i quali non avevano alcun tipo di relazione sociale e non svolgevano nessun tipo di attività sociale.
Quali sono le caratteristiche principali dell’Hikikomori?
Come abbiamo detto l’hikikomori è un meccanismo di difesa che viene messo in atto dalla persona come risposta alle crescenti pressioni di realizzazione sociale, ed in particolare da coloro che appartengono a società capitalistiche più sviluppate.
Le pressioni che possono nascere sulla persona possono essere diverse, ad esempio dovute agli ottimi risultati scolastici, alle realizzazioni personali o al raggiungimento di obiettivi molto elevati e poco realizzabili, per questo la persona si trova ad affrontare una sfida enorme, cioè colmare questo divario che si crea tra realtà e aspettative; dei genitori, educatori-insegnanti e amici.
La mancata riuscita nel colmare questo divario troppo ampio, determina nella persona situazioni di impotenza e fallimento e scatta così il rifiuto per tutto ciò che ha creato queste aspettative e questa sfida; scatta il rifiuto sociale!
La persona si crea una sua zona di confort e per paura di abbandonarla si immerge in un completo isolamento sociale chiudendosi nella propria stanza per periodi molto lunghi e sviluppa un profondo desiderio di stare sola e una generale apatia verso gli altri.
L’isolamento inizia gradualmente, chiudendo tutti i canali di comunicazione, si chiude per giorni in camera, poi per settimane e così via, fino a trascorrere da sola anni interi.
Le persone con la sindrome dell’isolamento sociale hanno contatti con il mondo esterno solo mediante i dispositivi elettronici e nelle forme più gravi non sviluppano neanche questo canale di comunicazione.
Quali sono i primi segnali di un hikikomori?
I primi segnali arrivano generalmente nel periodo adolescenziale e i momenti critici li possiamo fissare in due momenti diversi e significativi: inizio e conclusione della scuola secondaria superiore.
All’inizio della scuola superiore, in questa particolare fase della vita, per l’adolescente si apre il primo vero confronto con i nuovi compagni e con i nuovi professori che dovrà durare per cinque anni, successivamente alla conclusione del percorso di istruzione invece, si trova a dover affrontare la scelta fondamentale che dovrà segnare il suo percorso di vita (lavoro? Università? Ecc..)
Dalle assenze a scuola sempre più frequenti e prolungate può derivare un importante segnale di avvertimento nei casi di hikikomori.
Altri segnali di allarme possono essere:

• l’alterazione dei ritmi circadiani, fino ad arrivare all’inversione del ritmo sonno-veglia
• l’auto-reclusione, nella propria camera da letto
• trascuratezza nell’igiene personale
• preferenza nello svolgere attività solitarie

Hikikomori provoca oscillazioni biologiche dell’organismo, ad esempio le persone dormono il giorno passando la notte ai videogiochi. Consumano i pasti fuori orario senza controllo alimentare, mangiano cibi precotti o scatolati ed in modo veloce.
L’autoreclusione nella propria camera da letto li porta a trascurare l’igiene personale, accumulando rifiuti intorno a sé, la repulsione verso la società è così forte che non escono neanche a gettare i rifiuti. Le uniche attività che vengono svolte dalla persona sono solo quelle solitarie.
Quali sono le cause che spingono a diventare hikikomori?
Le cause possono essere diverse e ancora non ben definite del tutto. Sicuramente alla base c’è una fragilità per la quale la persona prova dolore e disagio sociale in certe situazioni e contesti, le cause quindi possono essere: sociali, scolastiche, familiari e caratteriali.
Dagli studi effettuati alcune ipotesi affermano che sia la tecnologia a far perdere a queste persone il contatto con la realtà, mentre altri ritengono che a dar luogo a questo fenomeno siano fattori socio-economici oppure le eccessive pressioni da parte della famiglia, dovute alle aspettative che i genitori possono avere nei confronti dei propri figli. Questo tipo di aspettative induce i figli in una prima fase ad interrompere la comunicazione coi genitori e in una seconda fase anche con il mondo esterno.
I ragazzi hikikomori sono molto intelligenti, sensibili e allo stesso tempo introversi, questi aspetti caratteriali impediscono loro di stabilire rapporti duraturi con gli altri e di affrontare difficoltà con costanza e tenacia nonché di superare con efficacia le delusioni che si possono presentare nella vita di tutti i giorni.
Per quanto riguarda l’ambito familiare, ad esempio nelle esperienze nipponiche, si registra come causa l’assenza emotiva del padre e l’attaccamento eccessivo che viene sviluppato con la madre.
È probabile che la sola mancanza affettiva di un genitore e l’eccessivo attaccamento all’altro, al di là del genere, possa sempre costituire una causa per l’insorgere di un disturbo hikikomori.
Come abbiamo detto Il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d'allarme dell'hikikomori. L'ambiente scolastico viene vissuto in modo particolarmente negativo e la persona tende all’isolamento. Dietro questi comportamenti spesso si cela una storia di bullismo.
Anche per quanto riguarda le cause legate agli aspetti sociali, abbiamo già accennato in apertura di articolo come gli hikikomori abbiano una visione una visione molto negativa della società, dovuta particolarmente alle pressioni inerenti la realizzazione sociale derivanti dalla stessa società in cui vivono. Tali pressioni assumono livelli così elevati da far ripudiare loro la stessa società.
A fronte di ciò i loro coetanei continuano la loro vita, sociale e di studi fino a realizzarsi socialmente e professionalmente e questo fa si che gli hikikomori rifiutino sempre di più il confronto con gli altri.
Hikikomori non è una patologia!
Spesso hikikomori viene scambiata come psicopatologia. Gli specialisti preparati a trattare questa sindrome ancora non sono molti e può capitare che questa sindrome venga scambiata con:
- internet gaming disorder, dipendenza da videogiochi on-line. Come abbiamo detto in precedenza questa sindrome è stata individuata nel 1998, i video giochi on-line hanno avuto il loro esordio intorno al 2000, per cui gli hikikomori non dialogavano con l’esterno neanche in forma digitale e vivevano un isolamento totale. Oggi quantomeno la connessione on-line consente loro di avere un canale di comunicazione aperto.
- depressione: come premesso hikikomori non è una patologia, è quanto è stato stabilito dal Ministero della salute giapponese, quindi definirla tale sarebbe una “semplificazione” e trattarla con i farmaci in una fase iniziale risulterebbe inutile. Il ritiro iniziale non ha origine da nessun tipo di patologia o disturbo mentale all’origine.
- fobia sociale, agorafobia: abbiamo detto che hikikomori non è una patologia, quindi non può essere trattata come un disturbo d’ansia. E’ vero che c’è un rifiuto della società ma anche in questo caso alla base non c’è nessun disturbo a determinare il fenomeno.
Tuttavia dopo un lungo isolamento la sindrome hikikomori può condurre il soggetto alla dipendenza da videogiochi o alla paura ad uscire di casa, ma queste possono essere conseguenze e non le cause.
Come aiutare un hikikomori?
Non sono molti gli specialisti preparati a trattare questa sindrome, tuttavia vari studi hanno dimostrato che è efficace un lavoro psicoeducativo individuale, basato sulla famiglia, cioè dove la famiglia acquisisce un ruolo centrale rispetto la definizione e risoluzione del problema.
Un primo aspetto riguarda sicuramente le aspettative che la famiglia ha sul figlio: è bene che i genitori sostengano le scelte del figlio per trovare la sua strada, la sua realizzazione, la sua serenità, evitando di imporre le proprie scelte ritenendole le sole giuste per lui. Aiutarlo quindi vuol dire sostenerlo secondo i suoi desideri, le sue aspirazioni.
Tuttavia c’è sempre un limite a questo aiuto, va bene con le parole, con i fatti nel caso in cui deve essere protetto da i pericoli, ma le scelte dovranno essere sempre di nostro figlio è importante che si assuma sempre le responsabilità delle proprie scelte.
Rispetto ad una sindrome hikikomori i genitori, come abbiamo detto, è giusto che aiutino il proprio figlio, ma bisogna stare attenti a non avere effetti opposti a quelli desiderati. Il modo di agire non deve generare nuove pressioni altrimenti si spinge il soggetto ad ulteriore isolamento.
È comprensibile che qualsiasi genitore voglia vedere il proprio figlio uscire rapidamente da uno stato di malessere, ma difronte a questi casi è richiesta molta pazienza, bisogna saper aspettare proprio per il bene di nostro figlio.
Hikikomori rappresenta il sintomo di un problema, non è il problema, quindi la soluzione non sta nel convincere il soggetto ad uscire di casa. La cosa fondamentale è non trascurare questi aspetti, legati a comportamenti specifici di isolamento sociale, in quanto l’isolamento non è solo fisico ma è anche e soprattutto psicologico.
Dott. Vanni Pippi

ComunicaMente: educare con amore usando le tecniche del rinforzo positivo.

Pubblicato in data 03/10/2021

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amore

L’affetto è un elemento integrante e fondamentale di un’educazione sana e positiva dei nostri figli e dei nostri allievi.
Riconoscere i loro sforzi e le loro conquiste quotidiane è indispensabile per favorire il loro sviluppo fisico, intellettivo ed emotivo.
Educare è un compito gratificante e al contempo difficile e richiede pazienza, dedizione e abilità.
L’educazione favorisce l’apprendimento, cioè la funzione mentale che consiste nell’acquisizione di nuove conoscenze. È il processo incaricato dello sviluppo e dell’attuazione delle proprie abilità. Attraverso l’apprendimento, noi esseri umani facciamo esperienza dell’osservazione, dell’assimilazione e del ragionamento.
La formazione del comportamento e dei valori, la trasformazione delle abilità e l’accumulazione delle esperienze sono una conseguenza di ciò che impariamo.
Maria Montessori a tal proposito diceva che: “L’educazione è un processo naturale effettuato dal bambino, e non è acquisita attraverso l’ascolto di parole, ma attraverso le esperienze del bambino nell’ambiente. L’ambiente deve essere ricco di motivi di interesse che si prestano ad attività e invitano il bambino a condurre le proprie esperienze.”
Il progetto ComunicaMente oggi vi propone 8 delle migliori frasi per educare con amore, evidenziando come la comunicazione positiva e, nel caso specifico, le tecniche di rinforzo positivo, possono stimolare l’apprendimento.
Il rinforzo positivo può essere utilizzato quotidianamente per rendere ottimale l’educazione accademica o scolastica, ma anche per stimolare buone abitudini igieniche e la collaborazione nello svolgere semplici compiti quotidiani e l’empatia.
Il rinforzo positivo consiste nel premiare, elogiare e riconoscere positivamente atteggiamenti, pensieri e comportamenti desiderati. Ciò fa sì che il bambino assimili più facilmente i codici famigliari, culturali e sociali del nostro mondo; inoltre, stimola la sua creatività, la sua voglia di imparare e rafforza la sua autostima.
Il rinforzo positivo non deve essere necessariamente di tipo materiale (ad esempio, un giocattolo, una caramella) o simbolico (ad esempio stelline o similari come la Token Economy), ma anche sociale, (ad esempio dimostrazioni di affetto, parole affettuose e gesti amorevoli). Soprattutto se provengono dai genitori, dai famigliari e dagli insegnanti.
Al contrario, gli abusi fisici ed emotivi sono sempre controproducenti per l’educazione. I bambini esposti ad ambienti violenti in genere sviluppano disturbi del comportamento, difficoltà di apprendimento e di socializzazione.
Ricordiamoci infatti che i bambini imparano osservandoci e che costruiscono la loro personalità e il loro comportamento sull’esempio dato dagli adulti che fanno parte del loro ambiente.
Molti bambini ricevono un’educazione disfunzionale, un’affettività carente e pochi o nessun valore. Questo genera un vuoto enorme, difficile da colmare nella via adulta.
Per questo è importante che diventiamo noi l’esempio di ciò che ci aspettiamo da nostro figlio, nipote o alunno. Un’ottima idea per cominciare è dirgli ogni giorno le frasi più adeguate e funzionali per educare con amore.
“Ti voglio bene”
È una frase semplice e per nulla scontata. Infatti è la più vera dichiarazione d’amore che un bambino può sentirsi dire. Inoltre, aiuta gli adulti a ricordare l’importanza di essere sinceri con i propri sentimenti.
“Sei bellissimo”
Anche se è un’esclamazione soggettiva, un bambino deve sentirsi sicuro del suo aspetto fisico per crescere in maniera sana e senza complessi. Deve essere elogiato quotidianamente e invitato a prendersi cura di sé stesso.
“Mi fido di te”
I bambini che hanno paura di deludere i genitori e/o gli insegnanti e hanno paura di fallire, sono insicuri e in genere presentano problemi di apprendimento e di socializzazione. È molto importante che il bambino capisca di avere il nostro appoggio e la nostra fiducia, per esprimersi e fare nuove esperienze.
“Com’è andata?”
Dimostrare interesse e empatia fa sì che il bambino si integri, voglia partecipare e contribuire all’ambiente famigliare e che si senta ascoltato.
“Mi piace stare insieme a te”
Dedicare del tempo esclusivo a vostro figlio e ai vostri allievi e godere della loro compagnia è essenziale per una vita famigliare e scolastica sana. È indispensabile dimostrare quanto apprezziate stare con loro.
“Prepariamo insieme qualcosa: ad esempio un pasto o l’albero di Natale”
Far partecipare gradualmente il bambino attività domestiche o extra-didattiche è uno degli elementi basilari dell’educare con amore e secondo valori positivi. Questo gli insegnerà a condividere le cose, assumersi le responsabilità e lavorare in squadra per raggiungere un risultato migliore. Inoltre, può essere anche una buona opportunità per lavorare sull’educazione alimentare.
“Ci laviamo i denti insieme?”
Un buon modo di insegnare al bambino a spazzolarsi i denti correttamente, è farlo insieme a lui.
“Per favore e grazie”
Le parole e i gesti propri della buona educazione e di un comportamento rispettoso si imparano tra le quattro mura di casa e a scuola. Ecco perché devono essere presenti nella vita quotidiana del bambino e il loro uso deve essere incentivato dagli adulti più vicini al bambino. È importante non dimenticare che siamo lo specchio dei nostri figli, nipoti e alunni.
Per educare con amore non c’è bisogno che imponiamo una routine di manifestazioni di affetto né che ci facciamo condizionare. Sta tutto nel non ritardare o nascondere le espressioni, i gesti e la parte migliore di noi stessi. La cosa importante è avere il “focus” sul destinatario della nostra comunicazione, delle nostre attenzioni, senza pronunciare frasi fatte o prive di contenuto emotivo.
Ricordatevi che per educare con amore l’ingrediente magico si trova nella spontaneità e che la comunicazione verbale deve essere sempre coerente con la comunicazione non verbale (espressioni, atteggiamenti, postura ecc.); come ci insegna ComunicaMente.
Antonella De Luca -
psicologo- psicoterapeuta Grosseto

Ikigai e ComunicaMente: l'arte di trovare la propria ragione di vita

Pubblicato in data 18/09/2021

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ikigai

Ikigai è una parola magica giapponese, così magica che non ne esiste una traduzione semplice nelle lingue occidentali. In italiano, visto che “Iki” vuol dire “esistenza” e “gai” è utilizzato per indicare lo “scopo”, possiamo dire che significhi “lo scopo della vita”, “la ragione di esistere”, “il motore della vita”, o ancora meglio “ciò per cui vale la pena di alzarsi la mattina”.
Ognuno di noi possiede il proprio Ikigai, anche se non tutti ne sono consapevoli: è la premessa fondamentale per vivere una vita sana e felice. Ne sono un esempio gli abitanti dell'isola giapponese di Okinawa, i quali con la loro consapevolezza riguardo al proprio Ikigai, unita a uno stile di vita sano e rilassato, li rende una tra le popolazioni più longeve e felici del pianeta.
Da sempre l’essere umano si interroga su quale sia lo scopo della sua presenza su questa terra. Un tempo erano riflessioni per pochi. Oggi, soprattutto nel mondo occidentale, la maggior parte delle persone ha il tempo, l’educazione, le possibilità e gli strumenti per pensare al senso della vita.
Così succede che in moltissimi inizino a chiedersi se il loro scopo sia quello di lavorare per guadagnare, svolgendo un’attività detestabile e avvilente; oppure quello di passare tutta la vita nello stesso luogo a fare le stesse cose, con il pilota automatico, consumando il tempo.
Sono riflessioni complesse, ma necessarie per iniziare a costruirsi una vita felice. Prima devi capire se quello che stai facendo è giusto per te e per il tuo benessere emotivo. Se non è così, devi cambiare e muoverti in un’altra direzione.
Il problema è che moltissime persone si bloccano al primo step: sanno di essere infelici, ma non sanno cosa dovrebbero fare per cambiare la situazione.
Trovare un senso alla propria esistenza, avere dei propositi nella vita è fondamentale per allontanare la disperazione ed è, soprattutto, un’efficace forma terapeutica per combattere alcune delle malattie più diffuse al giorno d’oggi: l’ansia e la depressione.
Con il nostro Ikigai possiamo recuperare le forze, l’energia, la motivazione.
I pensieri positivi agiscono come veri ammortizzatori delle convinzioni limitanti, delle paure e di tutti quei pensieri disfunzionali (comprese le idee suicide).
L’Ikigai è dato dall’intersezione di quattro dimensioni di base:
• ciò che ami fare → Passione
• ciò in cui sei bravo→ Vocazione
• ciò che può apportare un cambiamento positivo al mondo→ Missione
• ciò con cui puoi guadagnarti da vivere→ Professione

Trova una strada che rispetti ognuno di questi quattro parametri e troverai il tuo scopo nella vita. Nel tempo, in particolare attraverso le mie varie esperienze personali, mi sono resa conto che il mio “Ikigai” è proprio ciò che già in precedenza ritenevo uno dei miei motivi di massima realizzazione personale, un aspetto che riguarda principalmente la sfera della comunicazione interiore ed esteriore:
Infatti, per me la comunicazione è:
• ciò che amo fare;
• una delle cose migliori che sappia fare;
• lo strumento per diffondere un messaggio di positività attraverso le pagine di questo sito;
• il mio lavoro.
Da queste mie riflessioni nasce il “progetto di vita” che ho chiamato: ComunicaMente.

Se domani dovessi vincere alla lotteria, puoi stare certo che continuerei il mio progetto ComunicaMente.
ComunicaMente può aiutare a trovare lo scopo della tua vita, il tuo motivo di esistere, trova un punto in comune tra ciò che ami, ciò che sai fare bene, ciò che serve al mondo e ciò per cui potresti farti pagare. Te lo assicuro: proprio come è successo a me, così troverai le coordinate della tua felicità.

“La creatività non è altro che un’intelligenza che si diverte”. A.Einstein

Pubblicato in data 10/06/2021

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Einstein

Il bambino ha in sé un insieme di mondi da scoprire. La genetica, l’esperienza e la sua indole sono gli elementi che conducono alla formazione giorno per giorno di questi mondi interni. Compito dell’educazione è quello di far scoprire e sperimentare al bambino il suo abisso interiore per, poi, farlo emergere e splendere come occhio di un faro che lo guida nel mare immenso della vita. Per permettere questo processo, l’individuo ha bisogno di un aiuto: la comunicazione. Questo strumento viene concepito come un interscambio attivo e compartecipato tra persone. Scambio sincero in cui non soltanto attraverso le parole, ma con voce, corpo e mente, avviene un’espressione totale del sé. La comunicazione efficace in una relazione si realizza quando i due comunicanti sono interconnessi da un rapport, legame basato sulla fiducia, l’accoglienza e l’empatia verso l’altro. In queste condizioni, gli individui offrono la loro umanità all’altro sé, secondo una logica circolare.
Altro nobile fine della comunicazione è, per l’appunto, la conoscenza profonda interiore, attraverso un’immersione nelle nostre peculiarità, debolezze e risorse interne. Dobbiamo dare la possibilità a queste caratteristiche di essere riconosciute e accolte. Sono tali potenzialità che rendono l’essere umano diverso e, per questo motivo, unico e irripetibile.
Consentire la comunicazione con il nostro io e con l’altro, conduce non soltanto a un’espressione di noi stessi, ma anche ad una sperimentazione, crescita e costruzione continua della nostra esistenza. Vygostky sottolineava il ruolo sociale dell’educazione attraverso la stimolazione della zona di sviluppo prossimale del bambino, allo scopo di favorire l’apprendimento e lo sviluppo dell’individuo. È proprio lo scambio educativo e formativo che possiamo avere con l’altro che arricchisce e accresce le nostre esperienze di vita. Il ruolo dell’insegnante è quello di costituire un modello e una guida per i suoi alunni, seguendo la logica del principio montessoriano: “aiutami a fare da me”. L’educatore ha, pertanto, il dovere di accompagnare in presenza il bambino in un determinato momento della sua vita, per poi lasciarlo esplorare autonomamente e liberamente i mari, grazie anche alla consapevolezza, che porta con sé, degli apprendimenti acquisiti fondamentali alla navigazione. L’insegnante deve mandare dei feedback comunicativi e formativi al bambino affinché possa essere permessa la conoscenza. Questi stimoli non hanno lo scopo di valutare il bambino nella sua essenza, per demoralizzarlo o etichettarlo, bensì per aiutarlo ad acquisire padronanza di sé e per comprendere come possano avvenire dei cambiamenti significativi.
Sia le risorse interne, che gli apprendimenti esperienziali, che i mezzi esterni divengono strumenti che l’individuo deve adoperare per realizzare e costruire la propria vita. Infatti, essi sono funzionali ai cambiamenti, alle scelte e alle azioni che orientano la persona nel suo futuro, non perdendo mai di vista il passato. Allo stesso tempo, un approccio all’educazione così ragionato, favorisce una concezione delle difficoltà e dei problemi, come un momento sfidante e stimolante per la crescita continua personale. Questi non vengono percepiti come limiti e fronteggiati con paura, ma vengono affrontati con degli strumenti che permettono di guadagnare un tassello in più nella nostra maturazione. Per oltrepassare queste situazioni sfidanti, necessario diviene la formulazione di nuove e feconde idee congruenti alla persona e a un determinato scopo. Tali condizioni sono il banco di prova del pensiero creativo. Infatti, questo raffinato processo intellettivo permette all’uomo di trovare percorsi innovativi ad un cammino sbarrato. La creatività è indispensabile per la persona, non solo per affrontare le difficoltà che la vita ci mette davanti quotidianamente, ma anche e soprattutto per dare colore alla nostra esistenza, come degli artisti che dipingono e realizzano la propria opera d’arte. Infatti, il pensiero creativo consiste in un abito mentale diverso rispetto al pensiero logico, il quale segue uno schema verticale di ragionamento che conduce da un punto iniziale A ad un solo e unico punto finale B. In questi algoritmi logici l’errore rappresenta un elemento che interrompe il ragionamento, costringendo la persona a ricominciare l’analisi. Tale pensiero si pone all’estremo opposto del pensiero creativo rispetto un continuum. La creatività è quel processo che permette alla persona di pensare in modo flessibile e innovativo, di saltare da un elemento ad un altro del problema secondo una logica istintivo-emozionale, di osservare la realtà da punti di vista differenti, di percepire l’errore come un nuovo inizio, di generare diverse idee e soluzioni, di realizzare prodotti unici e personali, di creare noi stessi. Per queste caratteristiche, Albert Einstein disse, infatti, che “la creatività non è altro che un’intelligenza che si diverte”.
La comunicazione e il pensiero creativo emergono come due forze proattive e potenti in un’educazione volta allo sviluppo della persona nella sua totalità: corpo, mente, emozioni e relazioni. Tale concezione educativo-didattica consente la formazione di uomini empatici, creativi e liberi. Uomini che concepiscono la comunicazione efficace come strumento per vivere in una comunità fruttuosa per tutti e che sono pronti a prendere scelte e accogliere opportunità per spingere la società ad un progresso e ad un benessere comune.

Ludovica Caliciotti - Scienze della Formazione Primaria - Collaboratrice della Dott.ssa Antonella De Luca nel Progetto "ComunicaMente"

Ipnosi e Sport

Pubblicato in data 08/05/2021

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Ipnosi nello sport

Nello sport come sappiamo bene, non è soltanto la componente fisica che conta, e questo vale anche negli sport di contatto.
Sempre di più si attribuisce grande importanza alla preparazione mentale dell’atleta, dando molta importanza a quest’ultima.
Sono molti gli ambiti in cui l’aspetto psicologico (mentale) gioca un ruolo a volte cruciale per gli atleti. Possiamo accennare al livello di prestazione, allo stato di flow l’autoefficacia, la visualizzazione e la gestione degli stati mentali e delle emozioni, in particolar modo quando parliamo di ansia da prestazione o traumi. L’ipnosi risulta essere una delle pratiche sempre più utilizzate per lavorare con gli sportivi, in quanto, in alcuni casi può essere più rapida nel dare i risultati attesi.
Alcuni cenni sull’ipnosi
Una definizione molto semplice che sgombra la mente da concetti strani può essere che “l’ipnosi è uno stato alternativo di coscienza”. Naturalmente alternativo rispetto al consueto stato di veglia.
Raggiungere lo stato ipnotico vuol dire “baipassare” la nostra capacità critica, ossia la nostra mente razionale che ci tiene in uno stato vigile.
Il cambiamento si raggiunge in vari step: se potessimo seguire con un elettroencefalogramma il processo di induzione ipnotica, nello stato di coscienza vedremmo registrare le “onde beta”, tipiche della veglia, le quali sarebbero sostituite poi dalle “onde alfa” quelle che caratterizzano lo stato di profondo rilassamento, fino al passaggio alle “onde theta”, molto più lente, caratteristiche dello “stato di trance”; è lo stato che precede il sogno.
Raggiunto lo stato ipnotico l’ipnotista inizia ad utilizzare un linguaggio “metaforico” che consente di parlare all’emisfero destro (quello creativo), che è diventato l'emisfero dominante, rispetto al sinistro (razionale).
Nello stato ipnotico l’ipnotista raggiunge la mente profonda del soggetto, alla quale fornisce delle suggestioni in modo che il soggetto possa generare cambiamenti significativi e funzionali allo scopo desiderato.
In questo stato il soggetto può accedere direttamente alle proprie risorse inconsce ed utilizzarle per operare cambiamenti.Lo scopo è quello di creare una sinergia tra mente conscia e mente inconscia attraverso una determinata strategia.
Questo consentirà al soggetto di avere una maggiore gestione del suo stato di equilibrio mente-corpo.
Come si impiega l’ipnosi nello sport
Attraverso strumenti diagnostici è stato osservato che in stato ipnotico le attività svolte dal soggetto non sono proprio virtuali come si può pensare.
Tutt’altro se una persona crede di correre (questo avviene nella sua mente), attiva le stesse connessioni neuronali che si attivano durante la reale attività della corsa.
Gli interventi dell’ipnosi nello sport per migliorare le prestazioni dell’atleta possono avere diverse finalità.
Si possono migliorare le pratiche di allenamento mentale per migliorare l’efficacia attraverso tecniche di visualizzazione rivivendo mentalmente la gara oppure per migliorare il gesto.
In questo modo si possono migliorare le capacità tecniche, la consapevolezza del corpo e la gestione emotiva.
Se pensiamo ad altre discipline possiamo comprendere come il rallentamento del battito cardiaco sia un valido aiuto per chi pratica apnea, oppure come può essere utile essere in grado di modificare la propria temperatura corporea durante competizioni che si svolgono in condizioni climatiche avverse, essere in grado di dissociarsi mentalmente dalla sensazione di fatica fisica e mentale in competizioni di resistenza o di lunga durata e come può essere importante potenziare la concentrazione, il focus, su uno specifico obiettivo, per tutti coloro che competono con un bersaglio (pallacanestro, golf, tiro a segno ecc.).
L’ipnosi però non aiuta soltanto ad aumentare le prestazioni lavorando sui punti di forza, ma anche agendo su particolari stati di ansia che rallentano o bloccano le prestazioni stesse.
Saper agire sulle variabili emotive per un atleta può essere l’elemento che fa veramente la differenza nelle competizioni, oppure ripristinare rapidamente lo stato di equilibrio dopo un trauma.
Alcune tecniche utilizzate
L'Ego strengthening di Hartland: è una tecnica che normalmente viene utilizzata per aumentare l’autoefficacia e autostima e per abbassare l’ansia;
la visualizzazione: con la tecnica di visualizzazione si può osservare ripetutamente il gesto atletico, rallentandolo per analizzarlo in ogni singolo dettaglio, per correggerne i difetti e ottimizzare l’esecuzione
l’immaginazione guidata: intuitivamente simile ma normalmente si usa per rappresentare scenari futuri positivi, come ad esempio la vittoria in una competizione. Sperimentare una vittoria predispone a vincere, distogliendo la mente da quelle componenti che possono portare ad ansia e stress e, conseguentemente, ridurre il livello della prestazione.
Presso il nostro studio le tecniche di ipnosi sono sviluppate integrandole con la PNL (Programmazione Neuro-Linguistica), questo consente, per le esperienze avute, di raggiungere e consolidare i risultati in maniera più rapida.
Oltre all’ipnosi, nel nostro studio stiamo utilizzando moltissimo un’altra tecnica, con la quale stiamo perfezionando il metodo “ComunicaMente”; è la “time-line”, attraverso la quale il soggetto raggiunge uno “stato di trance” dopodiché vengono utilizzate tecniche che richiamano i tre accessi rappresentazionali: visivo, auditivo e cinestesico. Normalmente si usa per depotenziare esperienze passate che interferiscono sul presente.

Prosocialità, apprendimento e pratiche inclusive nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria

Pubblicato in data 30/04/2021

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Apprendimento, prosocialità, intelligenza emotiva

Fare scuola nel nuovo millennio esige sempre più un’attenzione rinnovata capace di guardare non solo ai contenuti, ma soprattutto al “ben-essere”, cioè a un bene relazionale a cui tutti possono far riferimento, in cui i bambini e le bambine imparano a risolvere compiti cognitivi complessi e impegnativi, costruendo relazioni significative sia con gli adulti che con i coetanei. In particolare, tra le diverse forme di intelligenza definite da Gardner, risulta chiaro quanto e come l’“intelligenza interpersonale” si impone certamente come forma e tipologia di intelligenza insostituibile che la scuola deve curare con amore ed attenzione insieme a quel complesso intreccio di cognizioni, sentimenti ed emozioni coinvolti nei processi di decentramento ed empatia, che permettono di orientare il proprio e l’altrui comportamento verso mete e azioni positive, caratterizzate da una maggiore cooperazione, solidarietà e aiuto. È verso questa prospettiva che collimano tutti gli studi e le ricerche che gli addetti ai lavori hanno riservato a quella vasta quanto affascinante sfera di comportamenti che vengono inglobati, nell’accezione più tecnica, sotto il nome di comportamenti prosociali.
L’attenzione e lo studio delle dinamiche prosociali è un argomento molto giovane che risale agli anni Sessanta e Settanta del XX sec.; in particolare fu Robert Roche lo studioso che si occupò di categorizzare abilità e comportamenti prosociali, definendoli come quei comportamenti che, senza la ricerca di ricompense esterne, beneficiano persone o gruppi con lo scopo sia di incrementare quella reciprocità positiva di qualità esistente nelle relazioni interpersonali, sia di salvaguardare l’identità, la creatività e l’iniziativa delle persone o dei gruppi coinvolti (Roche, 1991). Affinché un’azione si possa considerare prosociale, il ricevente deve accettarla, approvarla ed esserne soddisfatto. Questa definizione ha in nuce tutti quei comportamenti, definiti operativamente poi da Roche come categorie di azioni prosociali, che rispettano e nutrono quella pedagogia elaborata già negli anni Sessanta da Don Milani e fondata sull’inclusione e il conseguente diritto ad essere diversi: aiuto fisico, servizio, dare/donare, aiuto verbale, conforto verbale, conferma e valutazione positiva dell’altro, ascolto profondo, empatia, condivisione e presenza positiva e unità.
Ma come è possibile sviluppare comportamenti prosociali negli alunni della scuola primaria e dell’infanzia favorendo l’apprendimento e il tanto auspicato processo di inclusione?
Nella scuola dell’infanzia il gioco, riprendendo anche il pensiero di Huinzinga, è un ottimo strumento per veicolare apprendimenti, nonché assurge a funzione totalizzante per lo sviluppo cognitivo, morale e relazionale favorendo quei comportamenti prosociali sopra elencati, attraverso cui il bambino acquisisce consapevolezza della propria identità e gestisce con maggiore autonomia i conflitti. Nei suoi programmi di educazione alla prosocialità, Roche presenta diversi giochi quali ad esempio “Vedo…Vedo” o “Le qualità di…”, che permettono di incrementare la frequenza di valori positivi favorendo al contempo un concreto e reale processo di integrazione del bambino con disabilità, consci del fatto che l’integrazione scolastica non è un processo acquisito ma una prospettiva continua di studio e di ricerca. In un’ottica prosociale, attraverso l’utilizzo di contrassegni raffiguranti animali, in una sezione eterogenea di scuola dell’infanzia si possono assegnare ai bambini grandi animali di grande taglia, mentre ai bambini piccoli cuccioli di animali, maturando così nel gruppo classe atteggiamenti di aiuto, incoraggiamento e responsabilizzazione che verranno appresi dai più piccoli attraverso l’imitazione (modeling). Pratiche inclusive nella scuola dell’infanzia e primaria, che coniugano elegantemente l’aspetto verbale, non verbale e paraverbale della comunicazione, sono i giochi di ruolo e del mimo o anche la lettura di storie e racconti, che stimolano i bambini a riflettere sulle diverse tipologie di azioni prosociali che ogni giorno contestualmente possono essere messe in atto.
Sul versante della scuola primaria trovano poi ampio spazio l’utilizzo di filmati, poesie che sollecitano tematiche prosociali grazie anche alla correlata discussione in gruppo e l’impiego di altre metodologie quali il brainstorming o il circle time che, discostandosi dalla lezione strettamente tradizionale, abbandonano quel classico timore di sbagliare che da sempre è parte intrinseca di ogni studente, permettendo l’espressione completa delle capacità di ognuno.
Alcuni studiosi testimoniano quanto, durante gli anni della scuola primaria, abbandonare la concezione dell’insegnante come unico dispensatore di conoscenze per attivare la risorsa del tutoring tra pari e del cooperative learning (letteralmente apprendere cooperando) vuol dire non solo promuovere un modo di apprendere più vicino alla realtà dei bambini, ma anche riconoscere il valore delle diversità individuali, dell’interdipendenza positiva e dell’impiego di tutte le competenze sociali che all’interno del gruppo trovano ampia possibilità di espressione e supporto grazie alla solidarietà e il sostegno reciproco che queste metodologie esigono.
Concludendo, si vuole direzionare gli insegnanti, e con essi tutto il sistema scuola, al preparare fin dalla più tenera età il terreno di coltura su cui far germogliare un’educazione alla prosocialità, garantendo così a ogni allievo di sentirsi accettato e stimato dai suoi compagni di classe e allo stesso tempo distinguersi positivamente accrescendo il proprio sentimento di autorealizzazione. Una scuola inclusiva infatti non può prescindere dal rafforzare e consolidare la propensione incondizionata verso l’altro, inibendo proprio quel timore delle differenze umane che spesso, sempre più frequentemente, si riversano negativamente sul disagio e l’isolamento sociale.

Con il contributo di Alessia Loffarelli, collaboratrice della Prof.ssa Antonella Deluca